Lo statuto di San Leucio

“Lo stato presente delle cose giunto essendo ad un tal termine, ed avendosi riguardo all’avvenire, sembrami richiedere, che questa nascente Popolazione, che in pochi anni può divenir ben più numerosa, riceva una norma, per sapere i retti sentieri, su de’quali possa dirigere i suoi passi con sicurezza; e nel tempo stesso sia in istato di conoscere la sua felice situazione; e questa da qual fonte derivi.†(Origine della popolazione di San Leucio di Ferdinando IV)

Il re Ferdinando IV pensò di formare i giovani del luogo mandandoli in Francia ad apprendere l'arte della tessitura, per poi lavorare negli stabilimenti reali. Decise quindi di dare a questa comunità, che cresceva sempre più, una legislazione ed alla Fabbrica serica un Regolamento interno. Nel 1789 la Manifattura reale si costituisce in una entità autonoma, diventa una sorta di Stato nello Stato, ed i suoi abitanti sono riuniti in una Comunità, regolata e tutelata da un apposito codice di leggi ispirato al programma di rinnovamento sociale di stampo illuministico redatto nel 1769 da Bernardo Tanucci, allora ministro del Regno.

Un modello sociale d'avanguardia

Si trattò di un esperimento sociale, nell'età dei lumi, di assoluta avanguardia nel mondo, un modello di giustizia e di equità sociale raro nelle nazioni del XVIII secolo e non più ripetuto così genuinamente nemmeno nelle successive rivoluzioni francese e marxista.
I lavoratori delle seterie usufruivano di diversi benefici: veniva loro assegnata una casa all'interno della colonia, usufruivano di formazione gratuita (qui il re istituì la prima scuola dell'obbligo d'Italia femminile e maschile che includeva discipline professionali) e le ore di lavoro erano 11, mentre nel resto d'Europa erano 14. Le donne ricevevano una dote dal re per sposare un appartenente della colonia, e a disposizione di tutti vi era una cassa comune "di carità", dove ognuno versava una parte dei propri guadagni. Non c'era nessuna differenza tra gli individui qualunque fosse il lavoro svolto, l'uomo e la donna godevano di una totale parità in un sistema che faceva perno esclusivamente sulla meritocrazia. Era abolita la proprietà privata, garantita l'assistenza agli anziani e agli infermi, ed era esaltato il valore della fratellanza.
Il Codice legislativo si rivolge ad una società già esistente, adattandosi ad essa e, addirittura, non ne fissa un’immagine definitiva ed immobile nel tempo, ma tiene conto della sua naturale evoluzione, prevedendone “nuovi bisogniâ€. In questa visione dinamica s’inserisce il tentativo di espansione del nucleo iniziale, rappresentato dal piano di ampliamento del villaggio manifatturiero nella grande città di Ferdinandopoli.

Una comunità ideale

La città era concepita su pianta circolare con una grande piazza al centro e un sistema stradale radiale. L’asse simbolico principale della città ipotizzata allineava una grandiosa Cattedrale, la Piazza circolare ed un teatro, confluendo nel centro del complesso Manifatturiero che, sullo sfondo della collina, costituiva la quinta architettonica dominante sulla nuova scena urbana.

Esecutore materiale del piano e di tutte le precedenti opere realizzate a San Leucio è Francesco Collecini, primo aiutante del ben più famoso Luigi Vanvitelli. Alla morte di quest’ultimo egli rimane, insieme a Carlo Vanvitelli, l’architetto e la figura più autorevole nell’ambiente napoletano.

In seguito alla Restaurazione il progetto della neo-città venne accantonato, anche se si continuarono ad ampliare industrie ed edifici, tra cui il Palazzo del Belvedere. Il progetto utopico del re Ferdinando finì con l'unità d'Italia quando tutto venne inglobato nel demanio statale, e lo speciale regime comunitario fu abolito, ma tradizione e qualità nelle produzioni di tessuti serici sono rimaste ancora oggi.

Lo Statuto di San Leucio

Lo Statuto di San Leucio o Codice leuciano, firmato nel 1789 da Ferdinando IV di Borbone, è una raccolta di leggi che, nel Regno di Napoli, regolamentavano la Real Colonia di San Leucio, sorta sulla omonima collina acquistata, nel 1750, da Carlo III di Borbone e adibita alla lavorazione su scala industriale della seta.

Il codice, secondo alcuni scritto dalla consorte Maria Carolina d'Asburgo-Lorena, fu edito dalla Stamperia Reale del Regno di Napoli in 150 esemplari. Il testo, in cinque capitoli e ventidue paragrafi, rispecchia le aspirazioni del dispotismo illuminato dell'epoca a interpretare gli ideali di uguaglianza sociale ed economica, e pone grande attenzione al ruolo della donna.

Si ringrazia Padre Battista Marello della Parrocchia di S. Ferdinando Re per la collaborazione ed il materiale messo a disposizione.